DreamVideo è un digital magazine mensile con focus specifico sulla produzione e post-produzione video, rivolto a videomaker e filmmaker, che siano professionisti o semplici appassionati.    |     Anno VII nr.86-2017    |     ISSN 2421-2253

Rainer Werner Fassbinder

 

Nasce nel 1945 a Bad Wörishofen in Germania il 31 maggio 1945.

Muore il 10 giugno 1982 a 37 anni, probabilmente per una overdose: cocktail mortale di cocaina e sonniferi... una scelta. 

Fassbinder gira circa 40 film, per il cinema e per la televisione, in soli 14 anni di attività; inoltre lavora come attore e regista di teatro.

Nel 1969 gira il suo primo film e diventa subito un esponente di primo piano del "Nuovo cinema tedesco" che si sta imponendo in quel periodo.

Il suo grande idolo era Bertold Brecht definito dallo stesso "un autore tedesco che fa film tedeschi per un pubblico tedesco", ma Fassibinder è soprattutto un autore e come tale libero da ogni possibile classificazione: difficile, maledetto, ma unico come pochi altri dopo di lui.

La sua filmografia è impressionante, considerato il periodo di attività: dal 1966 al 1982, anno della sua tragica scomparsa, si contano oltre trenta film e numerose altre espressioni creative, che spaziano nel Teatro Tedesco degli anni '70; collabora persino con gruppi tedeschi di Balletto Contemporaneo.

Pioniere del "Neue Kino" tedesco e della controcultura post '68, Fassbinder è uno di quei rari casi in cui vita e fiction coincidono.

Questo geniale autore-attore-regista ha infatti vissuto nello stesso modo in cui ha fatto i suoi film: pericolosamente controcorrente.

Dalla Comune fondata nel 1967 al suo ultimo film "Veronika Voss" (1982, nello stesso anno morirà per un overdose), Fassbinder ha sempre avuto nel mirino la società borghese, la sua economia, le sue paranoie, i suoi tabù.

Tutto ciò senza ammorbare lo spettatore con inguardabili pamphlet ideologici, ma anzi realizzando cult-movie in serie: da "Katzelmacher" (1969) a "La paura mangia l'anima" (1974), da "Le lacrime amare di Petra von Kant" (1972) a "Il matrimonio di Maria Braun" (1978); fino al suo testamento-capolavoro, quel "Querelle de Brest" tratto da Jean Genet nel quale la meravigliosa Jeanne Moreau ci ricorda che "ogni uomo uccide le cose che ama"...

Tra i suoi film ci sono molti capolavori, come ad esempio: "Katzelmacher" (1969), "Effi Briest" (1974, da un romanzo di Theodor Fontane), "Il matrimonio di Maria Braun" (1978), "Lili Marlene" (1980), la serie televisiva "Berlin Alexanderplatz" (1980, 14 puntate, lunghezza totale: 931 minuti), "Veronika Voss" (1982) e "Querelle de Brest" (1982).

Per la sua sterminata produzione ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Argomento centrale dei suoi film, che spaziano tra molti generi diversi, sono le difficoltà nei rapporti umani, e i piccoli e grandi drammi della vita quotidiana.

La sua omosessualità e gli argomenti spinosi dei suoi film gli crearono molti nemici.

In molti dei suoi film toccò degli argomenti scomodi per la Germania degli anni '70 e '80 che non voleva essere ricordata nelle sue contraddizioni del presente e del passato.

In "Lili Marlene", ad esempio, Fassbinder racconta una storia molto personale e drammatica che si intreccia con la grande storia della guerra e mostra la quotidianità del nazismo, le sue piccole e grandi contraddizioni ed imperfezioni.


Era una canzone poco eroica, un po' triste e nostalgica, che in fondo non doveva piacere troppo ai nazisti, ma, nelle trincee, tra i soldati tedeschi che ascoltavano le trasmissioni della radio tedesca ebbe un successo strepitoso, era la loro canzone preferita e la volevano sentire ogni sera, era sentita e amata persino dai soldati nemici.


Fassbinder mostra anche la "faccia privata" del nazismo, mostra come la grande tragedia era accompagnata da molte piccole tragedie private (ma non meno gravi) che sono in fondo quelle che formano la nostra vita personale e quotidiana.

Dal 1965 si impegnò per la sceneggiatura in vari gruppi teatrali; esordisce come attore e continua il suo impegno come  regista e autore delle pieces che lui stesso si preoccupava di "mettere in scena".

Ne le "Gocce d’acqua su pietre roventi" di Francois Ozon, (il regista francese di "Sitcom" e "Les amants criminels") , tratto da un’opera scritta a 19 anni da Fassbinder (Tropfen auf heisse Steine) e da lui mai allestita, è un intelligente rilettura non solo del testo ma anche dell'universo fassbinderiano.

Germania anni settanta: l'ingenuo e giovane Franz si trasferisce a casa del suo amante Leopold, un uomo d'affari di successo molto più grande di lui.


Il gioco dei ruoli e della manipolazione è molto evidente tra i due e le cose si complicano quando le rispettive ex-fidanzate riappaiono all'improvviso.


L'omosessualità non è pero il solo tema del film: Ozon trae ispirazione dalla cinematografia del suo maestro e collega tedesco, in particolar modo "Il diritto del più forte" e "Un anno con tredici lune", per rievocare, allo stesso modo con rispetto e ironia, le idee di Fassbinder sull'amore come rapporto di potere e come prigione dei sentimenti.


Ma Ozon osa anche di più e fa bene: rilegge (lui, appena 33enne) gli anni settanta diluendone il folklore e i cliché, mimando gli arredi tetri e smorti che il regista di "Lili Marlene" usava nei suoi primi film, ha preso come modello per le implacabili inquadrature frontali, l'ambientazione unica e l'assenza di esterni "Le lacrime amare di Petra Von Kant", ha "sdrammatizzato" la pièce inserendo situazioni comiche e una scena ballata come in un musical, ha modificato alcuni dialoghi e taluni atteggiamenti dei personaggi pur mantenendo lo spirito del suo autore che intendeva mostrare il degrado e la discesa vitale e suicida verso gli aspetti più ordinari dell'amore.


Con "Gocce d’acqua su pietre roventi", Ozon celebra e omaggia il suo maestro con il piglio d'un allievo ammirato ma niente affatto pedante. L'effetto è quasi estatico: pare di essere "dentro" un "Kammerspiel" di Fassbinder e, allo stesso tempo, fuori di esso, all'interno di una sua rilettura critica, antropologica, quasi saggistica del suo cinema.


E si dimostra in tal modo un'esegeta trasgressivo, tra attrazione e repulsione, della massima che ha accompagnato l'intera vita e filmografia di Fassbinder.

Fassbinder stesso dice "l’amore non esiste... esiste solo la possibilità dell’amore…".

 
Autore: Soniakappa
 
 
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